Giuditta che taglia la testa a Oloferne

(1597-1600) olio su tela cm. 145x195

MICHELANGELO MERISI DETTO IL CARAVAGGIO

Citato da Baglione (1642) come opera dipinta per la famiglia genovese dei Costa, la Giuditta è ricordata nel testamento di Ottavio Costa del 1632 (Spezzaferro, 1975), con la precisa raccomandazione di conservarne la proprietà.

Il dipinto fu considerato perduto fino al 1950, quando Pico Cellini la scoprì presso la famiglia Coppi, cui era pervenuto per eredità dai Del Cinque Quintili (Mochi Onori 1986; Marini 1989).

Esposta per la prima volta nella mostra caravaggesca del 1951, e unanimemente considerata uno dei massimi capolavori di Caravaggio, la Giuditta è databile agli ultimi anni del XVI secolo (le datazioni proposte oscillano tra 1597-1600), e, come altre tele eseguite nello stesso periodo - ad esempio la Maddalena Thyssen, dove tra l'altro compare la stessa modella della Giuditta - esemplifica perfettamente il momento di passaggio tra la chiara pittura giovanile e la nuova visione naturalistica, già compiutamente definita nelle tele della cappella Contarelli (1600).

Nella Giuditta, che è la prima tela in cui Caravaggio dipinge un soggetto altamente drammatico (Gregori, 1985), è stato individuato il significato allegorico-morale della Virtù che vince il Male (Calvesi 1972).

La ferocia della scena, che contrasta con l'elegante e distante bellezza di Giuditta, appena corrucciata, è condensata nell'urlo disumano e nello spasimo del corpo di Oloferne con cui Caravaggio è riuscito a rendere con eccezionale efficacia l'attimo più temuto e rimosso della vita di un uomo: il momento del trapasso tra la vita e la morte. Il gigantesco Oloferne infatti non è più vivo, come indicano gli occhi rovesciati all'indietro, ma non è ancora morto dal momento che la sua bocca urla, il corpo si contrae e le mani si attanagliano al letto, da cui si è appena alzata Giuditta, dipinta in origine a seno nudo, senza il corpetto trasparente.

La crudezza dei particolari e la precisione realistica con cui è descritta la terribile decapitazione, corretta fin nei minimi particolari dal punto di vista anatomico e fisiologico, ha fatto ipotizzare che il dipinto sia stato realizzato sotto l'impressione delle clamorose esecuzioni romane di fine secolo di Giordano Bruno e soprattutto Beatrice Cenci (1599).

GALLERIA NAZIONALE D'ARTE ANTICA. PALAZZO BARBERINI

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